Adesso c’è il pericolo stagflazione

Il pericolo adesso è la stagflazione, ovvero la concomitanza fra mancata crescita dell’economia e aumento dell’inflazione.  La abbiamo conosciuta una prima volta negli anni ‘70, dopo il grande choc petrolifero ed era riapparsa durante la pandemia. Ora rischiamo di trovarcela di nuovo davanti. Valdis Dombrovskis, commissario europeo all’Economia, lo ha detto pochi giorni fa, prima di entrare alla riunione dell’Eurogruppo: se la guerra in Iran dovesse durare a lungo rischiamo uno «choc stafglazionistico sostanziale» con «effetti negativi sulla fiducia e interruzioni delle catene di approvvigionamento».

Secondo “Investire Biz”, che cita una ricerca dell’analista Ed Yardeni, la probabilità che nel 2026 si verifichi un forte crollo dei mercati accompagnato da stagflazione è salita al 35%, rispetto al 20% stimato in precedenza. Anche perché c’è il pericolo che oltre al mercato energetico possano esserci conseguenze anche su quello agricolo. I Paesi del Golfo sono importanti esportatori di fertilizzanti e un blocco prolungato del traffico marittimo potrebbe ridurre la disponibilità di questi prodotti. Sempre secondo Investire Biz, se la situazione non dovesse normalizzarsi entro l’inizio di aprile, gli agricoltori potrebbero essere costretti a utilizzare meno fertilizzanti o a cercare alternative meno efficienti. Il rischio: raccolti più bassi e possibile shock dei prezzi alimentari nella seconda metà del 2026.

È in casi come questo, scrive Avvenire, che il lavoro delle banche centrali si fa davvero complicato: i responsabili della politica monetaria sono chiamati  a trovare l’equilibrio giusto tra azioni di contrasto alla crescita dei prezzi (che significa, tradizionalmente, alzare i tassi di interesse) e strategie per sostenere la crescita economica (che vorrebbe dire, però, abbassare il costo del denaro). Trovare l’equilibrio giusto tra queste pressioni opposte è un’operazione delicata.

E, ipotizzando una fase di stagflazione, l’Italia rischierebbe di essere tra le economie più esposte. Il caro energia inciderebbe ulteriormente su un potere d’acquisto sempre già fiaccato. Va poi considerato un rallentamento di tutta l’economia europea che avrebbe effetti negativi sulle esportazioni italiane. 

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