Se vogliamo possiamo anche far finta di niente e concentrarci sui disastri della nazionale di calcio. Però dovrebbe (il condizionale diventa d’obbligo quando in ballo c’è la politica) essere arrivato il momento di partire dal presupposto che l’Italia non è più la stessa e qualsiasi tipo di ragionamento deve partire da questa considerazione.
Il compito principale di chi amministra è proporre una visione di prospettiva. Invece, soprattutto chi guida lo Stato italiano gestisce saltabeccando da un’emergenza all’altra cercando di dare risposte che spesso parlano alla pancia dell’elettorato. E, sempre e comunque, non tenendo presente che l’Italia è profondamente cambiata.
Siamo un Paese sempre più anziano. E’ di ieri la notizia (Istat) che le nascite continuano a diminuire. Nel 2025 sono state 355 mila, il 3,9 per cento in meno. Di questo passo il rischio è quello di dover usare il termine vecchio. Si continua a parlare ossessivamente di immigrazione senza toccare il tema dell’emmigrazione. Gli italiani che se ne vanno all’estero sono in continua crescita. Lo fanno soprattutto i giovani, 100 mila ogni anno. E si tratta di ragazzi che risiedono nelle regioni del nord, quelle industrializzate. Poi ci sono problemi endemici che ormai sono diventati strutturali: burocrazia, crescita economica stagnante, bassa produttività, elevato debito pubblico, sistema sanitario sotto pressione perché sottofinanziato. C’è poi la transizione energetica che l’Ocse ha inserito tra i cinque problemi urgenti che l’Italia deve risolvere. Senza dimenticare lo scarso investimento in ricerca che riduce il potenziale economico, industriale e umano riducendo crescita, competitività e capacità di attrarre capitale.
Sono problemi ai quali si possono dare risposte (anche parziali) solo con un approccio differente. Innanzitutto partendo dal presupposto che la classe media è stata impoverita ed è aumentata la forbice fra ricchi e poveri. Gestendo invece di decidere non si va da nessuna parte.
