Il bello delle cose

Mirna Casadei, tra palchi di famiglia e case da raccontare e da far rivivere.

Ma come si vive con un papà musicista che porta un cognome così famoso? Mirna Casadei, figlia di Raoul, lo ha imparato fin da piccola, scegliendo di stare lontano da quelle luci che illuminavano quel papà sempre sul palco. Si definisce come l’unica veramente introversa della famiglia e lo rimane per tutta l’infanzia, complice anche un problema di salute che la costringe a fare dentro e fuori dall’ospedale. Ma è una creativa e le idee non le mancano: le usa nell’azienda di famiglia. Comunicazione e grafica diventano il suo pane quotidiano e lo restano per venticinque anni.

Oggi la Voce in capitolo è la sua.

Intanto partiamo da una cosa che mi ha colpito. Ma tu ti sei mai chiesta perché sei stata chiamata Mirna?

Allora, quello che mi hanno sempre detto in famiglia è che abbiamo un’altra lontana parente che si chiama Mirna, era molto amica di mia sorella (lei è più grande di me di 5 anni). Quindi quando è stato il momento che sono nata io, mia sorella mi ha voluto chiamare come la sua amica.

Beh, è un bel gesto d’amore…

Decisamente bello.

Quindi il tuo nome non è stato scelto dai tuoi genitori, bensì da tua sorella.

Da quello che mi hanno detto, sì; l’idea è stata di mia sorella, poi a loro è piaciuto.

Ti piace il tuo nome?

Sì, molto, perché è molto originale, ce ne son pochi. Mi piace quando chiamo una persona che non sento da anni e le dico: “Sono la Mirna”. Sa subito chi sono. Se dicessi: “Sono Laura, sono Cristina, sì, ma quale delle 100 che conosco?”. Invece è un nome che resta.

Che bambina sei stata?

Molto particolare e soprattutto molto, molto timida, chiusa, introversa. Moltissimo. L’unica di tutta questa famiglia, penso. In realtà tutto è nato perché ho avuto un problema di salute dai tre ai sei anni, un’infezione a un occhio, una cheratite erpetica. I miei genitori hanno notato un puntino rosso e mi hanno portato dallo specialista. Ho passato quegli anni facendo dentro e fuori dall’ospedale che non era come adesso. Non c’era un ambiente accogliente, colorato con i pupazzi e i clown in corsia. Io condividevo lo spazio con le persone anziane operate di cataratta.

Un periodo lungo per un bambino.

Avevo le infermiere che mi facevano i vestitini per le mie bambole con l’uncinetto. Mia mamma stava sempre con me. Mio babbo era sempre in giro a suonare. Purtroppo, quella patologia richiedeva diversi interventi per ripulire l’occhio. Mi ricordo la sala operatoria sempre con la mano della mamma nella mia. E anche le iniezioni di cortisone direttamente nell’occhio, un giorno sì e uno no. Mi davano le goccine di anestetico, ma io dovevo star lì seduta a quattro anni con l’ago che arrivava e il dottore che mi diceva: “Devi stare immobile perché se quando io ho dentro l’ago, tu ti muovi, l’occhio lo perdi.” Quindi una responsabilità immensa. Per tre anni ho avuto le foto di compleanno con l’occhio bendato sul letto dell’ospedale con la torta dei miei genitori, insomma, un periodo decisamente pesante. È finita perché abbiamo trovato un medico che mi ha guarito. All’ospedale Sant’Orsola di Bologna ci avevano consigliato un medico di Rimini, bravissimo. “Dovete andare da lui.” E mio padre ci andò. Questo specialista stava andando in pensione e quindi ci disse: No, io vado in pensione, non prendo più casi”. Furono necessarie tutte le suppliche di mio padre per convincerlo e alla fine sono guarita.

Come sono stati gli anni successivi?

La mia vita è ritornata alla normalità, ritornai a scuola. Ma in quel momento mio babbo era al top del successo: tutti i giorni giornalisti, televisione, fotografi, gente a pranzo, gente a cena. Una cosa bellissima, un’allegria pazzesca, però per me che venivo da quella situazione lì è stato molto faticoso, mi ero chiusa a riccio e in un ambiente così mi chiusi ancora di più. Poi è arrivato il momento dell’adolescenza, sai, magari sei lì, brufoli, i capelli un po’ così, e qualcuno che ti chiama: “ah, ci sono i fotografi, vieni, dobbiamo fare una foto di famiglia”, insomma, bellissima avventura, però in quel momento lì per me che venivo da quell’esperienza è stata molto tosta.

Quindi hai dovuto in qualche maniera imparare a gestire la parte emotiva e anche un qualcosa che non avevi richiesto, cioè la popolarità di tuo padre e della famiglia in generale.

Sì. E quindi ho trovato il mio spazio, siccome noi eravamo un’azienda familiare, quindi lavoravamo tutti insieme, ho trovato un modo ideale per stare in quella situazione. Sono sempre stata molto creativa e ho scelto di stare dietro le quinte, quindi senza andare mai davanti. Facevo tutto quello che riguardava la comunicazione visiva, quindi abiti e look delle persone che stavano sul palco, montaggi video e impaginazioni grafiche. Ho scritto dei testi per uno spettacolo teatrale e le scenografie. Facevamo tutto internamente, producevamo noi una trasmissione televisiva, io lavoravo con mia sorella e mio fratello curava tutta l’organizzazione, i tempi, gli sponsor e le scenografie.

E così sei cresciuta, arrivando alla scuola superiore.

Sono arrivata alle superiori e praticamente ho iniziato ad essere più attiva e meno riservata: organizzavo sempre feste, organizzavo gite, organizzavo qualunque cosa infatti si ricordano tutti le mie feste. “Ma ti ricordi le feste della Mirna?”. Poi a sedici anni ho voluto smettere la scuola e sono andata a lavorare ufficialmente nelle aziende di famiglia. Dopo un po’ mi sono detta: “un diploma bisogna che lo prenda” allora sono tornata, ho preso il diploma e poi sono andata definitivamente a lavorare in azienda. Avevo 19 anni.

Facendo sempre le attività che mi stavi raccontando…

Sì, da subito. Perché noi avevamo l’orchestra e un’edizione musicale che abbiamo ancora, quindi stampavamo spartiti e tutto ciò che era necessario. E poi c’erano tutti gli eventi legati all’orchestra, festival, ci siamo inventati anche tante altre cose. Delle volte con mia sorella dicevamo: “quante ne abbiamo fatte”, ci siamo inventati di tutto e poi abbiamo gestito dei locali… abbiamo avuto la Ca’ del Liscio per un po’ di anni, gestita direttamente da noi, la Nave del Sole per 10 anni, quindi gite in mare, turisti, gruppi, feste a tema, eventi aziendali di tutto di più e ognuno di noi tre aveva un ruolo. Mia sorella ha sempre fatto pubbliche relazioni, contratti discografici. Io mi occupavo di tutto quello che riguardava la comunicazione visiva, quindi video, foto, manifesti, facevamo una rivista aziendale dove io scrivevo i testi, facevo le foto e li impaginavo: mi sentivo nel mio centro. E mio fratello invece ha iniziato anche lui dietro le quinte come organizzatore. C’erano altri sul palco, lui organizzava il tour, le serate, fino a che poi a un certo punto ha deciso di andare davanti e prendere in mano l’orchestra lui nel 2000.

Ma in tutto questo periodo hai sentito ogni tanto il bisogno di andare fuori a vedere un po’ come girava questo mondo?

Io sono sempre andata a tutte le fiere, anche se non erano del mio settore, per vedere cosa si faceva, come erano allestiti gli stand, che idee c’erano. Perché anche se vai alla fiera dell’ortofrutta trovi comunque il packaging, la grafica, l’immagine, l’arredo. Le idee le prendi dappertutto. Quindi sono sempre andata alle fiere anche se non c’entravano niente con il mio settore e ho sempre fatto un sacco di corsi di formazione di qualunque tipo, dal marketing alla vendita, al parlare in pubblico, alla ceramica, al mosaico, a qualunque cosa, perché comunque da ogni corso uno spunto da legare a quello che fai c’è sempre.

Sempre sulla base però di un talento, di una qualità personale che avevi comunque, che era quella di essere creativa e di essere anche un’esteta, cioè avere un gusto particolare per comporre le situazioni. Quanto ti sei sentita libera in tutto questo?

Liberissima. Nel senso che i miei hanno creato questa azienda familiare coinvolgendoci, non obbligandoci. Noi ci siamo divertiti, abbiamo lavorato tanto perché con mio babbo non esistevano sabati, domeniche, ferie, 24 ore su 24. Se gli veniva un’idea alle due di notte, ti chiamava dicendo: “mi è venuta questa idea, vediamoci”. Abbiamo lavorato tantissimo, ma divertendoci, stando bene insieme sempre e quindi senza nessuna costrizione. Tanto che poi io quando ho deciso di fare un’altra strada l’ho detto ai miei e loro hanno detto: “Vai, fai quello che ti senti”.

Perché questo cambio? Da dove è arrivato? Cosa cos’è che non funzionava più o che cosa ti sentivi in quel momento?

Ho trovato uno stimolo ancora più grande in questa cosa nuova. In realtà nel mio lavoro funzionava tutto. Facevo quello che mi piaceva in famiglia. Noi poi eravamo quasi esageratamente insieme perché vivevamo tutti insieme. A pranzo andavamo in spiaggia tutti insieme a mangiare e parlare di lavoro e la sera cenavamo insieme e facevamo le vacanze io e mia sorella con gli amici insieme, lavoravamo tutti insieme, quindi era molto coinvolgente. Però io, siccome ho sempre fatto tutto quello che riguardava la comunicazione, ma avevo una grandissima passione per l’arredamento, ho deciso di iniziare un’altra strada. Quando mia mamma ha fatto casa sua nuova, era il 1980, l’ho seguita in tutto questo percorso, anche se ero una bambina. Lei aveva molto gusto, infatti ha fatto una casa che è ancora tale e quale con delle cose bellissime, adesso ci è andata ad abitare mia nipote, la figlia di mio fratello. Non ha toccato niente perché la casa è modernissima. Mi ricordo che lei aveva fatto tutto in un negozio a Rimini che si chiamava il Prisma (esiste ancora oggi). Sette piani di arredo e oggetti di design. E intanto che lei andava a queste riunioni, io giravo per questi sette piani di esposizione, guardavo tutto, studiavo, mi piaceva proprio, respiravo proprio quella cosa lì.

Ritorno su una frase che mi hai detto prima. Facevi la stylist per le persone che dovevano andare sul palco. Mi chiedo: arredamento sì, perché moda no? In fondo era una cosa che era nelle tue corde.

Sì, è vero. Non lo so. Forse perché mi ha portato lì quest’occasione che mi è venuta. Ma non è detto che in futuro non si possa fare anche qualcos’altro.

Tu hai cominciato a fare home staging quando in Italia credo non esistesse.

M: Quasi. C’erano forse tre persone che lo facevano, però ti voglio dire prima come ci sono arrivata. Io sono diventata mamma tardi. Mio figlio è nato quando avevo quarantadue anni. Quando è nato, io ero nel pieno del lavoro con la famiglia, mio figlio non dormiva mai, non ha dormito per due anni e mezzo. All’inizio non me lo prendevano al nido, per cui avevo la babysitter, andavo a lavorare e non mi sono fermata mai. Dopo un anno che non dormivo, ho fatto una riunione con i miei fratelli. Ho detto: “Ragazzi, io non ce la faccio più perché non faccio bene né la mamma e nemmeno lavoro bene in ufficio. Son fulminata completamente perché non dormo da un anno. Quindi adesso io mi fermo, mi prendo un periodo sabbatico, non faccio niente e vedo cosa succede quando Manuel cresce”. Mi ricordo che erano i primi di giugno del 2013. Mi son fermata e, guarda caso, appena mi son fermata mio figlio ha iniziato a dormire. In quel periodo andavo al mare a Cesenatico e il gestore dello stabilimento balneare mi dice: “Guarda, visto che sei ferma, io ho una vecchia fabbrica che era il primo scatolificio di San Mauro Pascoli… adesso è vuota, decadente. Facciamoci qualcosa”. Ho detto: “Perché non organizzi qualcosa lì dentro?” Quando si parla di creatività mi partono subito tutti i file e alla fine abbiamo deciso di organizzare una mostra d’arte moderna, “Il Cantiere Artistico”. È stato bellissimo, è venuta anche la Rai. Abbiamo fatto una mostra sul tema del riciclo e abbiamo scoperto di avere degli artisti internazionali come vicini di casa, come Verter Turroni, che aveva opere a Dubai e a Mosca, o anche Claudio Ballestracci e Francesco Bocchini. Tutti hanno lavorato fisicamente con noi perché non avevamo budget.

È importante ridare un valore a questi luoghi. Bravo il tuo amico a pensare di non lasciarlo perdere. Cosa c’è adesso dentro quel luogo?

Niente, al momento niente. Una parte è stata buttata giù per fare dei loft, però c’è ancora tutta una parte di capannone. In questo evento è venuta una ragazza che vive a Reggio Emilia e mi ha detto: “Io faccio l’home stager”. Io ho detto: “Che cos’è?”. Mi ha spiegato e ho scoperto cos’era questa cosa. Ho voluto fare dei corsi. C’era una scuola a Roma e una a Milano. Quella di Roma era fondata da un’americana, ma lo stile americano, ricco di fiori e frappe, non era il mio. L’altra invece era un’architetta di Milano che faceva la stylist per riviste come Grazia Casa ed Elle Decor. Aveva uno stile molto minimale ed elegante. Sono andata a fare il corso là per una settimana. Poi da lì ho fatto un sacco di altri corsi di approfondimento: dalla fotografia di interni al Feng Shui, all’uso del colore, fino al restyling per il mondo del lusso e alla vendita etica.

Come te li sei trovati questi corsi? Di chi ti fidi?

Adesso è più difficile perché c’è tantissima offerta e non sai se sotto c’è veramente il valore. Dieci anni fa era diverso, avevi i siti che erano vetrine di contenuti veri. Adesso scelgo la persona. Vado a vedere chi è il docente, cosa ha fatto, se ha passione.

Quindi vai verso l’autenticità. Quanto è stato difficile iniziare? Qual è stata la reazione al tuo cognome?

Questa reazione non c’è stata perché io sono sempre stata dietro le quinte. A parte la gente del paese, nessuno sapeva che esistevo. Quando ho aperto la mia attività l’ho chiamata “Mirna.C home staging”, neutra. Non volevo usare il cognome per avere corsie preferenziali. Mi sono presa le mie belle porte in faccia, finché parlando non veniva fuori la famiglia e rimanevano sorpresi.

Chi è stato il tuo primo cliente?

È stato un franchising immobiliare. Mi hanno dato un immobile, l’ho trasformato, ho fatto le foto e l’hanno venduto immediatamente a prezzo pieno. Da lì ho iniziato a lavorare con loro, ma poi ho abbandonato perché guardavano solo i numeri. Preferisco lavorare con l’imprenditore che ha una o due agenzie e con cui si può costruire una collaborazione basata anche sulla crescita continua, dandomi dritte fin dalla ristrutturazione.

Cosa succede quando entri in un immobile?

Devo guardarlo come un professionista esterno. Il proprietario di solito sopravvaluta la casa ed è legato affettivamente al mobilio scelto. Io invece devo spersonalizzarla, creando un’immagine che piaccia al maggior numero di persone possibile, con un gusto trasversale e universale, come quello delle riviste di arredo.

E se i proprietari ci abitano ancora?

È il caso più difficile. Se la casa non è abitata, io posso far togliere quello che voglio. Ho un magazzino di complementi d’arredo, tessili, oggettistica e divani. Devo “mettere in scena” la casa. Qui mi è servita l’esperienza delle scenografie: gli oggetti devono essere leggeri e facilmente trasportabili ma impattanti. Uso moltissime forme tonde e nessun spigolo, perché gli spigoli irrigidiscono e trasmettono insicurezza. Uso tessuti morbidi come velluti e ciniglie che invitano a toccare e trasmettono una sensazione di benessere. Il collegamento inconscio deve essere: “In questa casa sto bene, quindi la compro”.

Le case sono “parlanti”. Tu come gestisci questo aspetto?

Le case parlano spesso di separazioni o situazioni difficili. Io mi affeziono alle case, mi immagino le vite di chi le ha abitate, come la villa a San Mauro Pascoli dove immaginavo la mamma con le tre figlie. Mi devo staccare emotivamente per essere professionale. Per questo ho una regola ferrea: mi danno le chiavi e decido tutto io.

Ti capita di essere una confidente per chi vende?

In realtà no, perché io lavoro principalmente per l’agente immobiliare o l’investitore. Ho a che fare col proprietario quando devo dirgli di eliminare qualcosa, mostrandogli dei “prima e dopo” di case simili per aiutarlo a immedesimarsi.

Consiglieresti questa professione?

La straconsiglierei. È diversa dall’interior design perché è un lavoro più veloce (circa una settimana tra progetto e foto) e gestisco tutto in autonomia, senza le beghe degli artigiani.

L’intelligenza artificiale impatterà sul tuo lavoro?

Può sostituire il rendering 3D, ma non l’esperienza fisica. Quando uno visita la casa deve vivere un’emozione indimenticabile: le luci calde, i profumi, i tessuti. Io metto persino una piuma in un vaso che si muove con lo spostamento d’aria per far rilassare chi passa.

E le foto?

Le foto le faccio io. Devo essere io a catturare quell’emozione o quel raggio di sole che vedo e che ho creato con l’allestimento. Se le persone si innamorano della casa, il prezzo passa in secondo piano.

Cosa vuoi fare da grande?

Sto iniziando a organizzare eventi e matrimoni a tema, rustici o in riva al mare. Ho bisogno di nuovi stimoli creativi. C’è un dettaglio legato all’essere donna: il cambiamento è arrivato col parto. Prima ero chiusa e timida, poi dopo quell’esperienza “terrificante” in sala parto ho capito che non dovevo aver paura di niente. Ho iniziato a parlare in pubblico e andare in TV a Rai 2. Mio babbo era decisamente sorpreso quando mi ha visto a Detto Fatto.

È un messaggio fondamentale per le altre donne.

Infatti, organizzo corsi in presenza per donne (e raramente uomini) da tutta Italia. Molte sono donne in trasformazione che cercano il proprio benessere anche attraverso il lavoro. Insegnare in presenza è fondamentale perché nascono confidenze e amicizie. Io trasmetto anche la mia gratitudine per le piccole cose. Vogliono imparare il lavoro ma anche partecipare a un pezzettino della vita che faccio io, fatta di creatività e percezione del bello.

Grazie Mirna!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *