Le mucche marroni producono il latte al cioccolato? Secondo un sondaggio condotto qualche tempo fa dall’associazione americana produttori di latte e riportato dalla CNN, il 17% della popolazione adulta americana è convinto di sì. Fanno giusto 17 milioni di persone.

Le fake news sono tra noi già da qualche tempo, insomma, e il problema non sono i ragazzi.
La differenza la fa la velocità di diffusione, oggi pressoché istantanea. I motivi per cui nascono, invece, sono più o meno sempre gli stessi. Nel XIII secolo avanti Cristo il faraone Ramsete II, dopo averle buscate in Siria dagli Ittiti, ricoprì i templi d’Egitto di bassorilievi che lo raffiguravano vittorioso con arco e frecce. Voleva “flexare” su un TikTok di pietra, si direbbe oggi. L’Eneide fu commissionata da Ottaviano Augusto a Virgilio per nobilitare le origini di un popolo di pastori laziali che dominava il mondo. Oggi gli avrebbe affidato il profilo Linkedin.

Nel 315 d.C. Costantino, con la famosa donazione, attribuì alla Chiesa Cattolica il potere temporale sull’Impero Romano d’Occidente. Discreto tentativo di “monetizzazione”. Peccato che fosse un falso dell’VIII secolo, smascherato nel 1440 dal filologo Lorenzo Valle. Il quale, tra parentesi, fu immediatamente messo all’indice. Mille anni per un “debunking”, con relativo “shitposting”. Più o meno il tempo di risposta di Facebook quando segnali una pagina fake.
Gli esempi, arrivando ai nostri giorni, sono innumerevoli.

Ne ho parlato alcuni giorni fa a Pesaro, davanti a un centinaio di giovani delle scuole superiori, nel corso di un incontro promosso dalla Fondazione Conad e dalla cooperativa Commercianti Indipendenti Associati. La pazienza e l’attenzione con cui i ragazzi mi hanno ascoltato non mi hanno stupito: le nuove generazioni godono di cattiva stampa, come sempre nella storia dell’umanità.

La realtà è che i sedicenni del 2026 sono meglio di chi li ha preceduti; allo stesso tempo più sfortunati e più fortunati, come ha sottolineato l’amministratore delegato di CIA, Luca Panzavolta, perché la velocità dei cambiamenti tecnologici a cui li stiamo sottoponendo – non per scelta dei più giovani – è senza eguali. Ma anche la velocità e quantità con cui le notizie si muovono, come hanno ricordato l’assessora alle Politiche giovanili, Camilla Murgia, e i responsabili relazioni esterne e formazione di Commercianti Indipendenti Associati, Marco Monari ed Enrica Mancini.

L’incontro dal vivo è stato seguito da una lezione in streaming con esperti nazionali del calibro di Walter Quattrociocchi e David Puente.

La differenza, nella mia esperienza, la può fare una presa d’atto: oggi siamo tutti giornalisti. Finalmente l’articolo 21 della Costituzione è operativo nella sua interezza. Tutti, cioè, possiamo non solo esprimere liberamente il nostro pensiero, ma renderlo pubblico. Un gruppo Whatsapp con duemila iscritti, uno stato su Instagram, non sono diversi dalla pagina di un giornale.
Ne conseguono competenze che occorre apprendere e responsabilità personali che si devono acquisire, quando diffondiamo notizie. Sin da quando per la prima volta ci viene messo in mano uno smartphone. Testa sempre accesa e dubbio sempre in mente, continuare a leggere fonti affidabili (i giornali della propria città in primis), conoscere le regole della disinformazione, avere rispetto per le persone di cui si parla: piccoli accorgimenti che possono fare la differenza.

Alla fine abbiamo fatto un gioco, un telefono senza fili che da un capo all’altro della sala ha tentato di comunicare un messaggio nella forma più precisa e corretta possibile. Siamo partiti da un breve sunto delle regole della corretta informazione e siamo arrivati a una sorta di dichiarazione d’amore, con un meccanismo da manuale di distorsione del contenuto, a prescindere dalle nuove tecnologie.

In un’epoca in cui siamo tutti iperconnessi, l’unico vero antidoto alla disinformazione non è un algoritmo di censura, ma la capacità critica di ogni singolo cittadino. La soluzione non può essere (solo) vietare a prescindere l’uso della tecnologia da parte di chi ha una minore età.
I boomer su Facebook, nella mia esperienza, fanno ancora molti più danni dei maranza.
(le foto sono di Fabio Blaco)
