Ha scelto la pratica al posto della teoria e il territorio al posto della grande città. Oggi guida i commercialisti di Forlì.
“Cosa vuoi fare da grande?” È una domanda che ci fanno sempre, quando siamo piccole e la nostra vita è ancora tutta da disegnare. La risposta che ha dato Sara Pennacchi probabilmente avrà stupito tutti. Da quella sono nate tutte le scelte che Sara ha fatto negli anni successivi, fino ad arrivare a un prestigioso incarico: presidente del Consiglio dell’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Forlì. La più giovane d’Italia, in una piccola città della Romagna. Oggi la Voce in Capitolo che si racconta è la sua.

La commercialista non è una professione che vive nei sogni di una bambina. A te da dove è arrivata?
Sono sempre stata uno spirito libero; fin da piccola ho cominciato a pensare che la mia vocazione fosse la libera professione. E quando ho dovuto scegliere quale istituto superiore frequentare non ho avuto dubbi: l’Istituto Professionale Macrelli. Offriva una formazione già indirizzata al lavoro, con materie pratiche, applicabili da subito, e in più aveva un laboratorio d’impresa chiamato Simulimpresa, con il quale mettersi alla prova. C’era una sede fisica, degli uffici e un team di insegnanti che davano tutti gli input: proprio come nella realtà. Alla fine del percorso, sapevi come era fatta una fattura o una partita doppia, sapevi leggere un bilancio. Eri una risorsa che un imprenditore poteva integrare fin da subito.
Quanto è stato difficile difendere questa scelta?
Molto. I professori delle scuole medie cercarono di dissuadermi in ogni modo. Dicevano che sarei stata sprecata in quella scuola. Eppure, anche alcuni dei miei compagni mi hanno seguita in questa scelta. Sono sempre stata considerata la saggia del gruppo e forse è anche per questo che hanno fatto la mia stessa scelta. Al contrario, i miei genitori mi hanno lasciata libera. I fatti ci hanno dato ragione in seguito: tutta quella generazione ha trovato un impiego grazie a quella scuola.
Quanto conta avere le idee chiare quando si deve scegliere un percorso scolastico?
Molto. Per questo è importante che i ragazzi e le ragazze possano ascoltare chi è già entrato nel mondo del lavoro, che sia in azienda o nella libera professione. Come Ordine, insieme all’Unione Giovani Commercialisti, siamo andati a raccontare la nostra professione nelle scuole. Il nostro lavoro non è più quello di 20 anni fa: è diventato altamente verticale e specializzato. Ed è anche per questo che l’ultimo incontro che abbiamo avuto è stato molto partecipato.
Torniamo alla tua adolescenza. Come ti sei messa alla prova per capire che quella era proprio la professione per te?
Mio padre ha una ditta di autotrasporti: mi occupavo dei suoi adempimenti burocratici e non solo. Da lì ho capito che volevo aiutare tutte le persone che avevano bisogni simili. Ma per farlo sapevo che dovevo continuare a formarmi; per questo, dopo la scuola, ho continuato il mio percorso di studi. Ho scelto di restare sul mio territorio, a Forlì, e così ho fatto anche dopo, aprendo il mio studio nella mia città, San Piero in Bagno. In fondo, la grande città non mi è mai piaciuta troppo.
Parliamo degli anni universitari. La materia che proprio non ti piaceva e quella invece a cui hai dedicato più attenzione.
Matematica era la materia che non mi piaceva. Anche se ho sempre pensato che, se una persona vuole e ci mette tutto il suo impegno, può riuscire ovunque. La materia che ritenevo fondamentale era Ragioneria e operazioni straordinarie, con il professor Giuseppe Savioli. Per farti capire, ti lascio la definizione che ho studiato sul suo libro: “Operazioni di carattere del tutto eccezionale sia per la loro frequenza che per la rilevanza del loro impatto sull’economia delle aziende coinvolte, ad esempio la trasformazione della forma giuridica, cessione, conferimento, fusioni e scissioni di società e, nelle fasi terminali di vita dell’azienda, la liquidazione.” Era proprio questo senso di movimento, di cambiamento per adattarsi a nuovi contesti, che mi aveva attratta.
Come sono stati gli anni dell’università?
Ricchi di rinunce. Studiavo e basta, senza attività collaterali. In quel momento non mi pesava. Adesso non so se lo rifarei: avrei preferito fare più sport, per esempio. Eppure studiare, prepararmi, essere sempre in pari mi ha ricompensata dopo, nel lavoro. Oggi lo sport fa parte della mia vita costantemente: gioco a padel e vado a sciare.
A proposito di esperienze lavorative, quali hai svolto prima di diventare la professionista che sei oggi?
D’estate andavo ad aiutare mia cugina, che ha un negozio da parrucchiera. Lì ho conosciuto tante persone ed è stata un’esperienza in cui ho imparato a relazionarmi con gli altri: dall’accoglienza dei clienti alla preparazione dello shampoo e del lavaggio, fino alla preparazione prima del taglio. Mi è servita anche dopo, quando ho aperto il mio studio.
Oltre alla materia di cui ci parlavi prima, quale altra ti ha fatto scattare interesse?
Quella che ho scelto per la specialistica, Economia e gestione delle PA. Ho preparato la tesi studiando il caso di Livia Tellus, una holding nata a Forlì. Era una materia innovativa e, inoltre, mi aveva affascinato questo modello di gestione delle partecipate con un capofila. Di fatto, un’azione coordinata ed efficiente nell’ordinamento degli enti locali.
Come funziona l’inizio della professione per un commercialista?
Durante la magistrale si può fare il tirocinio ed è l’università che promuove tirocini in collaborazione con gli ordini. Ho lavorato nello studio del mio dominus, così si chiama chi accetta il tirocinante, per tre anni e poi mi sono trasferita a Cesena. La prima esperienza mi ha aperto gli orizzonti, la seconda mi ha dato la conferma che la professione mi piaceva. L’ultimo scoglio è l’esame di Stato, perché racchiude tutto ciò che si è studiato in cinque anni di università.
Chi è il tuo cliente ideale?
I liberi professionisti, le società a ristretta base societaria e i ragazzi giovani che vogliono aprire una propria attività.
Quanto è importante la formazione per i commercialisti?
Molto. Per noi la formazione è obbligatoria e abbiamo una fondazione dedicata, con la quale organizziamo corsi gratuiti. I commercialisti devono fare innovazione e l’AI è uno strumento di facilitazione, se usata con parsimonia e moderazione.
Cosa fa Sara quando non lavora?
Negli ultimi anni mi sono ritagliata un po’ di spazio: passare del tempo con i miei nonni che purtroppo non ci sono più. Nel tempo libero gioco a padel, uno che mi ha insegnato il lavoro di squadra e la gestione della concentrazione. Inoltre ascolto molta musica, cosa che mi aiuta a rilassarmi e a mantenere la concentrazione
Grazie, Sara!
