La psicologa che il calcio non si aspettava

Francesca De Stefani allena la mente e il cuore dei calciatori in un mondo che alle donne non aveva aperto la porta. Invisibile, come psicologa dello sport, sui social, presente dove conta: nello spogliatoio, a bordo campo, dentro le vite dei suoi atleti.

Una psicologa sportiva che si è sempre dedicata al mondo del calcio (e già questa è una particolarità), non ama pubblicizzarsi sui social (infatti, lì troverete solo Francesca), e che, fin da bambina, ha sempre voluto fare la psicologa. Ironica, esuberante, autentica: è Francesca De Stefani. Figlia di un ex calciatore del Ravenna, conosce quel mondo proprio dalle parole del padre. Ma a quei tempi, quello è un ambiente ancora completamente maschile. Che però la attira. Abbandona per un attimo l’idea di studiare, lì nessuno premia l’unicità e la personalità. È sua madre che la spinge e la motiva. Da lì a Coverciano fino a diventare psicologa di alcune squadre, è stato un attimo. O quasi. Ha curato per il Centro tecnico di Coverciano un’indagine sulle “problematiche psicologiche dei portieri”, e vanta varie pubblicazioni scientifiche sul rapporto tra sport e psicologia.

Oggi la Voce in capitolo è la sua.

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Per sapere chi sei, bisogna incontrarti di persona. Sui canali digitali sei praticamente invisibile!

Ho sempre tenuto un basso profilo, penso che per il mio lavoro sia la scelta migliore. Le persone che si affidano a me devono capire che il mio focus è su di loro. Per questo non ho spazi di comunicazione pubblici.

Com’era Francesca da bambina?

Intanto ero la figlia di un calciatore, anche se sono nata quando lui aveva già smesso, però mi raccontava tante storie, non solo di quando era in attività, ma anche delle scelte che aveva fatto. Era il primo maschio di dieci figli; aveva un grande potenziale ma doveva attenersi alle regole di famiglia: giocare sì, ma senza allontanarsi o trasferirsi. Infatti, quando è arrivata la lettera di selezione del Bologna FC, l’ha semplicemente strappata. Sapeva che i suoi genitori non avrebbero mai dato il consenso.

L’avere un padre sportivo quanto ha influenzato le tue scelte di vita?

Vedevo questo mondo del calcio dove le donne non potevano entrare, e questo pensiero mi ha seguito fin da allora. Mi ricordo che una volta sentii per la prima volta la parola psicologa e chiesi cosa volesse dire. Mi risposero “una persona che aiuta gli altri a stare meglio”. Ho unito le due cose e sono partita da lì. Non significa che il mio percorso sia stato lineare. Ho passato gli anni dell’adolescenza a cercare di essere normale, comune, tentando di adeguarmi, attraversando tutto ciò che le ragazze fanno per esserlo: gli autosabotaggi, i comportamenti distruttivi (diete estreme e odio profondo per il mio corpo). E mi sono anche dedicata ad altre attività, la danza classica, per esempio. Ma non avevo il talento necessario per emergere.

Cosa è cambiato dopo?

Io sapevo cosa volevo fare, persino le mie compagne delle elementari mi dicevano che volevo fare la psicologa. Eppure, c’era ancora qualcosa che mi frenava: percepivo che il mondo accademico non era meritocratico, quindi perché iscrivermi? Fu mia madre a motivarmi. Ho scelto Firenze, per tanti motivi. Uno fra tutti: in quarta ginnasio andai in gita proprio lì e pensai: “Un giorno io vivrò in questa città”.

Ed è andata come ti aspettavi?

Sono rimasta lì con una tesi sperimentale sui settori giovanili; volevo avere un campione rappresentativo da studiare e mi sono rivolta alle squadre che conoscevo: il Ravenna e anche l’Empoli. Il Ravenna perché era una squadra più piccola e flessibile, l’Empoli per i contatti che il mio relatore aveva con l’ambiente di Coverciano e, di conseguenza, anche con l’ambiente locale. Fra l’altro, in quell’anno il Ravenna venne promosso in prima divisione e l’Empoli in serie A… Lo presi come un segno che la strada intrapresa era quella giusta.

Cosa hai osservato nella tua analisi?

Ho trovato due situazioni diverse: a Ravenna tutti tornavano a casa a dormire e vivevano con i genitori. A Empoli c’era il convitto con tanti ragazzi da fuori regione, specialmente da Roma in giù. Mi interessava studiare l’orientamento competitivo rispetto al rendimento calcistico. La teoria distingue due tipologie di competitività. Evolutiva: la prestazione viene vista come un piacere della pratica sportiva; ipercompetitiva: “mors tua vita mea”. In realtà, la seconda non è negativa, perché è proprio questa che sviluppa la grinta e la determinazione. Ma deve essere integrata con tutto il resto per sviluppare dinamiche più evolute. E questo si ottiene attraverso l’emulazione e non con la volontà di distruggere l’avversario. Vinco emulando le attività che fai per arrivare a quei risultati.

È la continuità che serve. Invece, spesso, specialmente nei ragazzini del convitto, si spingeva il risultato e poi c’era un crollo emotivo. Traumi che poi dovevano essere superati prima di fare il passaggio successivo, quando la domanda era: voglio fare davvero il calciatore?

Qual è stato il tuo primo vero lavoro?

Il primo lavoro è stato con il Ravenna e il Classe. Lavoravo con la dirigenza, l’allenatore e i giocatori. Questo è il mio metodo e ci tengo a sottolinearlo. Io non collaboro con squadre dove non posso lavorare con gli atleti e, ancora meno, dove non vengo presentata. E c’è un motivo specifico per questo: lo faccio per poter consentire a più persone di chiedere aiuto. Perché serve normalizzare le richieste di aiuto: i giocatori devono sentirsi normali quando lo fanno. Il lavoro con il Ravenna è stato fondamentale proprio perché la società ha scelto di presentarmi ufficialmente, chiarendo il mio ruolo.

Si parla tanto della parte mentale di uno sportivo. Qual è l’approccio delle società?

Spesso è l’allenatore che si prende in carico quella parte. Il punto è che, specialmente nel settore giovanile che va dagli 11 ai 19 anni, ci sono altre dinamiche da considerare e coinvolgono sia la società che la famiglia. E non c’è ancora una figura fissa e istituzionalizzata che le gestisca. Infatti, spesso nel mio lavoro affronto dinamiche negative offrendo ai ragazzi ciò che mio padre avrebbe dovuto avere: una figura di riferimento che faccia da ponte tra società e famiglia.

Qual è la parte più difficile del tuo lavoro?

Essere nel posto giusto e nel mio ruolo. Che significa anche entrare in una società che abbia un progetto lungimirante. In passato ho seguito società e, negli ultimi 10 anni, solo giocatori, spesso in situazioni in cui si erano infortunati e non riuscivano a recuperare. Ma senza conoscere le dinamiche è molto difficile riuscire a risolvere. Se lo dicessi, non sarei credibile. E, soprattutto, entrerei in competizione con l’allenatore e la dirigenza tecnica. Questo è un lavoro in cui si impara sul campo, attraverso l’esperienza che si fa insieme. E manca formazione, ovvero mettere gli allenatori nelle situazioni in cui si può trovare un giocatore. In questo modo può cambiare il punto di vista. Se un allenatore non elabora, ripete i comportamenti disfunzionali che ha subito da giocatore. Altro aspetto che riguarda il ruolo dell’allenatore è capire che la relazione con i giocatori è una cosa, e quella con i dirigenti è un’altra. Richiede letture diverse e anche schemi di comportamento differenti.

Qual è il momento più complicato per un calciatore e di quale supporto ha bisogno?

Ce ne sono molti. Ad esempio, il momento di passaggio dalla squadra giovanile alla prima squadra e il fine carriera. I giovani atleti sono spinti al risultato, ma quando lo raggiungono poi si perdono perché non hanno gli strumenti emotivi per gestire la pressione. Oppure, sempre per lo stesso motivo, si infortunano a inizio carriera e tutto diventa più complesso. Il mio lavoro è dare le giuste indicazioni senza limitare la possibilità di trovare alternative tecniche che possano far emergere potenziali talenti. Ce la fanno quelli che iniziano subito a lavorare costantemente su sé stessi. I giocatori che si affidano a me, lavorano anche sul lato umano e non solo su quello calcistico, anche a fine carriera.

Un obiettivo che ancora non hai raggiunto?

Avere una cattedra di psicologia dello sport a Coverciano. Sono stata assistente del professor Vittorio Tubi nel biennio 2005-2006. Quella posizione non è mai stata ricoperta da donne e nemmeno da professionisti che abbiano avuto un’esperienza continuativa sul campo.

Francesca dove va adesso?

Va sempre più vicino alla mia essenza, più esperienze e più risultati, il mio obiettivo è portare il modello e insieme ai miei giocatori lavorare in progetti che siano accompagnamenti di carriere. Anche se accompagnare le squadre è un sogno. Vorrei portare un cambiamento dall’interno lavorando con ex calciatori che diventano allenatori. Il mondo del calcio ha molto meno bisogno di macchinari di recupero fisico o di percorsi di miglioramento tecnico, mentre ha bisogno di ambienti di crescita relazionale che si dedichino alla persona. I veri campioni sono felici in campo, almeno è quello che mi dicono i miei calciatori. Esiste una correlazione profonda tra mente e corpo: se il corpo è contratto e teso, vuol dire che come persona non stai bene. Esiste un presente, un passato e un futuro e se non sei felice non puoi giocare né allenare.

Grazie Francesca!

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