
A Pianoro un torneo
con tante formazioni
in… “scacchiera”
di Maria Viteritti
Chi lo ha detto che gli scacchi sono solo uno sport individuale?
Logica e rigore sulla scacchiera possono dare vita anche a un bellissimo spirito di cooperazione. È proprio questa l’atmosfera che anima il Torneo a Squadre che si svolge ogni anno a Pianoro. E, tra un gambetto di donna e una presa en passant, la manifestazione è cresciuta nel tempo, arrivando a spegnere ben quaranta candeline nell’edizione in programma l’11 ottobre.

Qual è il segreto di questo successo? Lo abbiamo chiesto a Giulio Calavalle, presidente del Circolo Scacchistico Bolognese e patron dell’evento.
Quarant’anni di torneo a squadre sono un traguardo straordinario, ma partiamo dall’inizio: com’è nato questo festival?
È stato ideato, a suo tempo, da Mauro Benetti, Arrigo Benfenati e Franco Masetti, tre colonne storiche del movimento scacchistico emiliano-romagnolo. All’inizio era una gara riservata ai giocatori non classificati, perché una volta ottenere una categoria era molto più difficile. Già allora si giocava a squadre di tre. Visto il successo delle prime edizioni, l’appuntamento è diventato fisso.
Come si è evoluta la manifestazione nel corso del tempo?
Anno dopo anno le iscrizioni sono aumentate, fino a superare le cento squadre in un’unica edizione. È il torneo più partecipato d’Italia, a cui hanno preso parte anche diversi Grandi Maestri. Quando ne abbiamo rilevato l’organizzazione, una decina di anni fa, vi abbiamo affiancato un torneo amatoriale collaterale dedicato agli Under 14, così anche i più piccoli possono sfidarsi tra loro senza bisogno di tesseramento. Una curiosità: c’è una sola persona ad aver partecipato a tutte le edizioni, ed è anche quella con più vittorie all’attivo: il Maestro FIDE Marco Mascellani.
Gli scacchi sono spesso visti come uno sport solitario. Cosa cambia quando si gioca in squadra?
Il bello è proprio questo: l’individualismo lascia il posto allo spirito di gruppo. Per la squadra ci si sacrifica. Può capitare, ad esempio, che per vincere l’incontro basti un tuo pareggio: magari hai una posizione vincente sulla scacchiera, ma per non correre rischi inutili accetti comunque la patta.
Sentire il peso delle proprie mosse sui risultati dei compagni cambia l’approccio psicologico?
Le responsabilità sono diverse rispetto al gioco singolo, ma spesso questa pressione sprona a dare il massimo. Alcuni giocatori, caricati dalla responsabilità, rendono persino meglio. Molto dipende dal carattere del singolo, ma il vero vantaggio è che vittorie e sconfitte si dividono: all’interno del gruppo cambiano completamente le dinamiche.
Il format a squadre permette spesso di affiancare giocatori esperti a giovani promesse. Quanto conta questo scambio generazionale?
La bellezza dell’evento sta proprio nel vedere generazioni diverse confrontarsi nell’Open, e a volte persino nella stessa squadra. In un’occasione hanno gareggiato insieme tre generazioni: un ragazzo, suo padre e suo nonno.
Giocare insieme rafforza il senso di appartenenza al proprio club?
Più che al circolo, richiama un profondo senso di amicizia. Unisce appassionati che arrivano da città diverse, anche molto lontane, pur di esserci. Poi, certamente, anche per i club fa una grande differenza sentirsi parte di un’unica comunità.
Cosa ti aspetti da questa quarantesima edizione?
Sicuramente sarà un record, perché quarant’anni sono un traguardo raro: non esistono tornei così longevi. Ma prima ancora che una gara, dovrà essere una giornata di festa, amicizia e divertimento. La competizione sarà collaterale.
Grazie Giulio, e allora… Bianco in moto e che vinca il gioco di squadra!
